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Educare con lo sport in un mondo che cambia

Educare con lo sport in un mondo che cambia

EDUCARE CON LO SPORT IN UN MONDO CHE CAMBIA Russo Ruggiero – Educatore Sportivo e parrocchiale

L’uomo, lo sport e la società

Lo sport nella storia è sempre stato uno strumento fondamentale per la crescita della persona. Analizzato nelle sue peculiarità cardinali ricalca la concretezza della vita: impegno, sacrificio, fatica, sofferenza, gioia, soddisfazione, felicità, speranza. Nasce quindi come esigenza naturale di movimento per il benessere fisico e psicologico e si trasforma in occasione di relazione, di socializzazione, di scoperta, di cooperazione, di competizione. Nasce come forma di gioco movimento spontaneo, libero e si trasforma in gioco movimento con regole: lo sport.

Perché questa premessa? Perché lo sport con i notevoli cambiamenti della società ha ridefinito in maniera sostanziale anche i suoi valori fondamentali. Per comprendere meglio vi propongo questa semplice analisi: Al tempo in cui noi eravamo giovani, o almeno io, la scala di valori era più o meno così ordinata: al primo posto la famiglia, al secondo posto il lavoro, al terzo posto i “soldi” (se c’erano non guastavano!) il tutto aveva come fine ultimo il benessere della comunità che ovviamente portava felicità anche alla persona. Nello sport avevamo invece più o meno questa scala valoriale: al primo posto il gioco/divertimento, al secondo la competizione, e al terzo il risultato: in genere l’aspetto economico era abbastanza lontano dallo “sport per tutti” Oggi se riflettiamo in maniera obiettiva la scala dei valori è completamente ribaltata: al primo posto l’economia e la tanto glorificata globalizzazione che non ha nulla a che vedere con l’umanità, bensì con il potere dei soldi; successivamente il lavoro: siamo soliti dire “il lavoro nobilita l’uomo”… il problema è che spesso più che nobilitarlo lo “stressa”; al terzo posto, e non sempre, la famiglia. Spesso prima della famiglia ci mettiamo il cosiddetto tempo libero il quale dovrebbe aiutarci a curare lo “stress da lavoro”. Il tutto ha come fine principale il benessere dell’individuo che dovrebbe portare felicità alla comunità. Nello sport abbiamo invece : al primo posto il business e il risultato, al secondo la competizione, al terzo il benessere psico/fisico e infine il divertimento; Al tempo dell’oratorio noi bambini e ragazzi giocavamo, ci divertivamo e crescevamo insieme. Ci aiutavano in questo percorso i nostri educatori. Ora i bambini sono impegnati durante il tempo libero con lo sport e tantissime altre attività e crescono guidati da tecnici, allenatori sportivi e istruttori di arti espressive varie quali musica, pittura, teatro ecc..

Quale sport oggi? Appare predominante una cultura sportiva fatta di mercato e spettacolo, uno sport con consumatori passivi e malati di show, uno sport venduto a pacchetti di consumo del tempo e delle attività, uno sport dove è fondamentale la logica del prodotto.

Un altro aspetto fondamentale è la frammentazione, la moltitudine, la parcellizzazione delle proposte sportive: il “supermercato dello sport” nel quale ognuno propone lo sport più adatto,

ognuno ha il meglio, ognuno si affanna per vendere la sua merce. Tutto ciò favorisce lo sport-parcheggio nel quale i bambini vengono lasciati dai genitori con l’obiettivo di avere più tempo per i propri impegni che sono sicuramente legittimi ma spesso non tengono conto delle reali esigenze formative dei figli.

Anche nello sport vince quindi, la logica del mercato, vince la logica dell’economia, vince la logica dell’individualismo …

E’ questo lo sport che noi adulti vogliamo offrire alle future generazioni? E’ questo lo sport che aiuta lo sviluppo dei nostri bambini e giovani?

Io credo sia importante ritornare a progettare lo sport che aiuta a crescere e formare le nuove generazioni: uno sport che ha come obiettivo fondamentale il bambino, che è al servizio del ragazzo, che favorisce la socializzazione e la cooperazione,che insegna ad essere leale nella competizione, che aiuta a vincere le proprie ansie, che favorisce la comprensione dei propri limiti, che sprona a lavorare e faticare per raggiungere un obiettivo: uno sport che educa

Educare con lo sport

Il significato originale ed etimologico della parola educazione viene dal latino e-ducere che significa condurre fuori, far venire alla luce qualcosa che è dentro. Questo significato deriva dalla filosofia Socratico-Platonica che grazie alla “maieutica” letteralmente arte della levatrice aiuta a far partorire ciò che l’educando ha già “dentro di se”

Una bellissima frase di Don Bosco dice: “mi rivolgo a voi educatori … ricordatevi che educare è una cosa del cuore

Socrate e Don Bosco insieme mi hanno aiutato a capire cosa significa educare: aiutare i nostri ragazzi a tirare fuori l’amore e la passione che hanno dentro di se.

Don Bosco dice anche: “Amate i bambini e i ragazzi … l’amore deve esprimersi nelle parole, nei gesti e persino nell’espressione del volto e degli occhi

Per educare con lo sport dobbiamo abbandonare la “logica del risultato, del profitto” per intraprendere la strada della “logica dell’amore”;

Per percorrere questo cammino dobbiamo innanzitutto far convergere l’educazione sportiva con l’ istruzione sportiva (insieme delle tecniche di una disciplina) riportando allo sport i naturali valori umanistici di cui i giovani hanno bisogno per dare il vero senso alla loro vita.

Per aiutare la crescita dei nostri ragazzi lo sport deve diventare soprattutto luogo di relazioni, di dialogo, di partecipazione attiva che li stimoli a “tirar fuori” i talenti inespressi per condividerli e metterli al servizio degli altri.

IL GIOCO-SPORT per crescere

Ritornare al GIOCO-SPORT questo è lo strumento storicamente fondamentale per l’originale crescita della persona.

Il gioco-sport è il calcio, la pallavolo, il basket, la corsa, le gimkane che giocavamo quando eravamo bambini e quando la mamma ci chiedeva “dove vai?” noi rispondevamo :”vado all’oratorio a giocare ”

Il gioco per noi erano le sfide con i nostri compagni di scuola o amici occasionali che incontravamo in parrocchia o ai giardini pubblici. Delle vere e sane competizioni sportive che ci aiutavano a

formare il nostro corpo, a socializzare, a relazionare, a gioire se si vinceva, a soffrire un pochino se si perdeva … insomma tutto ciò che serve per il benessere e la crescita di un bambino/ragazzo

Il gioco-sport è luogo ospitale con educatori sportivi che accolgono i bambini/ragazzi qualunque siano le loro capacità fisiche e i loro talenti.

Il gioco-sport è socializzazione, relazione educativa, dialogo, confronto

Il gioco-sport è competizione, non fine a se stessa: la buona competizione aiuta i ragazzi a confrontarsi , a “mettersi in gioco”, a vivere emozioni forti

Il gioco-sport è allenamento non finalizzato esclusivamente al risultato: l’allenamento aiuta i ragazzi a capire il senso del loro impegno, a comprendere che per migliorare occorre “faticare”, a conoscere,superare ed accettare i propri limiti

Il gioco-sport è lo sport che ricalca la concretezza della vita: impegno, sacrificio, fatica, sofferenza, gioia, soddisfazione, felicità, speranza e che aiuta a vivere serenamente la propria crescita nell’ascolto del proprio cuore: “l’unico vero tempio è il cuore dell’uomo, il luogo irrinunciabile della sua libertà” (Emmanuelle Marie)

Educatori contro-corrente

Sappiamo educare? Come ci comportiamo di fronte ai momenti difficili dell’educazione … come ci comportiamo di fronte a problemi come la mancanza di dialogo nelle famiglie, la resa educativa dei genitori dopo i quattordici anni, la rassegnazione di fronte al potere magico della televisione … nell’ambito parrocchiale, come guardiamo a problemi come lo svuotamento degli oratori da parte dei ragazzi di una certa età …” e ancora “ Siamo noi stessi educabili? Siamo pronti e mettere in discussione il nostro modo di educare … per cambiare qualcosa?”

(Carlo Maria Martini lettera di presentazione al Sinodo dal titolo “Dio educa il suo popolo”)

Sono domande forti che mettono in gioco il nostro ruolo di educatori. Quante volte ci fermiamo a riflettere per verificare se il cammino educativo proposto ai nostri giovani è quello giusto?

Un processo educativo è:

1) personale e insieme comunitario;

2) graduale e progressivo;

3) conflittuale;

4) con momenti di rottura e salti di qualità

5) energico;

6) progettuale e liberante;

7) realizzato con l’aiuto di molteplici collaboratori…” (Carlo Maria Martini)

Proviamo a trasporre nello sport questo processo.

Essere educatori nello sport significa:

1) Prendersi cura del ragazzo (“i care” motto di Don Lorenzo Milani) accogliendolo come unica e irripetibile persona con il suo corpo che oltre alle capacità motorie rivela i suoi sentimenti; contemporaneamente dobbiamo aiutarlo a far parte di una comunità, di una squadra, guidandolo nella crescita con gli altri e dirigendo tutto il gruppo verso una maturazione globale. Un educatore che si prende cura dei ragazzi rende lo sport accessibile a tutti;

2) Individuare in ogni singolo ragazzo il punto di partenza e farlo crescere gradualmente passo dopo passo aiutandolo a capire, accettare e allenare il suo corpo con i suoi limiti e i suoi talenti: è fondamentale ricercare sempre il giusto equilibrio

3) Comprendere che ogni cammino educativo ha momenti di ribellione, conflitto nel quale dobbiamo saper reagire in maniera equilibrata. Un buon educatore deve imparare a “contare fino a 10” prima di agire e soprattutto avere sempre la giusta tenacia per ricominciare e riprogettare se necessario

4) Riflettere sul perché bambini e ragazzi soprattutto nell’età compresa tra i 12 e i 15 anni lasciano l’attività. Questa è un’età particolare nella quale prendono coscienza di sé iniziano a capire che devono diventare adulti; in questi momenti noi educatori non dobbiamo arrenderci dobbiamo con molta pazienza, altra qualità fondamentale per educare, imparare ad ascoltare e dialogare con i nostri ragazzi: loro hanno un bisogno inesauribile di orecchie per essere ascoltati, di braccia per essere stretti, di bocche per essere consolati e consigliati ed un cuore grande per essere amati.

5) Avere “energia”, vitalità. I ragazzi hanno bisogno di educatori impegnati, decisi che li aiutino ad effettuare se necessario anche delle correzioni del loro percorso di vita, capaci di allenare alla fatica, allenare a saper vincere e saper perdere dando il giusto peso alla competizione e imparando a rispettare “l’ avversario”, allenare il “desiderio” di migliorare, allenare lo spirito di gruppo: allenare ad essere veri campioni nella vita!

6) Creare progetti mirati alla crescita dei ragazzi, progetti grandiosi ed entusiasmanti, progetti aperti, elastici sempre rivolti verso la meta, progetti che accompagnano ed orientano i ragazzi a scoprire la vera libertà. Accompagnare: far sentire loro che ci sei in ogni momento in cui hanno bisogno aiutandoli ad avere fiducia in se stessi; Orientare: aiutarli a costruire il loro percorso di vita quello che li fa diventare adulti liberi: liberi dalla moda del momento, liberi dalla mediocrità, liberi dalla pulsione del consumismo, liberi dalla ricchezza materiale, liberi dalle ansie della competizione e del risultato, liberi dal narcisismo e dalla sola bellezza esteriore

7) Imparare a collaborare, lavorare in rete, confrontarsi con le altre “agenzie educative” del territorio: la scuola, la famiglia, le associazioni culturali ecc…; bisogna avere l’ “umile presunzione” che insieme si possono realizzare cammini educativi elevati: ricchi di umanità, ricchi di passione, ricchi di amore. Non dobbiamo limitarci ad offrire uno sport a consumo. L’amore è contagioso ci vuole veramente poco per diffonderlo!

Per realizzare questo processo educativo noi educatori dobbiamo sentire l’esigenza di coltivare la speranza: quello stato dell’animo che ci aiuta a trarre dalle sconfitte il lato positivo per migliorare, a credere nel bene, a saper attendere ed avere la giusta dose di pazienza (“ La goccia scava la pietra”. (Lucrezio I sec. A.C.), ad avere fede: in noi stessi, nella persona che ci vive accanto, nei bambini e ragazzi che stiamo educando, negli altri operatori che collaborano per la crescita dei ragazzi,, nel progetto che stiamo realizzando e soprattutto fede in Dio che da bravo “papà educatore” guida i nostri piccoli passi.

Il buon educatore cristiano chiede a Lui l’aiuto per imparare a vedere con il suo sguardo, ad ascoltare con la sua sensibilità a parlare con la sua verità e ad amare con il suo cuore.

Sono una matita nelle mani di Dio” – Madre Teresa di Calcutta.

Penso che questi siano i presupposti per essere umili educatori di speranza per i nostri ragazzi. Quella speranza che aiuta a crescere e “diventare veri”!!!

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